Il Presidente Luca Montagnin sulla crescita dei Neet in regione dopo sette anni consecutivi di flessione del fenomeno.
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I NEET (Not in Employment, Education and Training) sono i giovani, tipicamente tra i 15 ed i 29 anni, che sono contemporaneamente disoccupati e che non sono inseriti in percorsi di istruzione formale (scuola / università) o di formazione. La definizione ed il monitoraggio di questa “categoria” di soggetti è stato introdotto dalla Commissione Europea per monitorare quello che può rappresentare uno dei principali focolai di disagio ed esclusione sociale.
Il gruppo dei NEET, in Italia, rappresenta nel 2020 il 23,3% della popolazione giovanile. Questo dato è il risultato di una componente “strutturale” e di una componente dinamica. La componente strutturale è determinata dal cronico ritardo del mercato del lavoro e dell’occupabilità dei giovani nel Mezzogiorno rispetto al Nord: le differenze sono infatti notevoli, 32,6% contro 16,8%.
C’è però anche la componente dinamica, i cui effetti sono determinati dagli shock dell’economia e del mercato del lavoro e che sono già visibili nel 2020, primo anno di impatto della pandemia da Covid-19. Se i dati di numerosità delle imprese non sono ancora, fortunatamente, particolarmente negativi, salvo alcuni settori maggiormente in difficoltà (ristorazione e turismo in primis), nei territori a maggiore capacità occupazionale ed inserimento lavorativo l’effetto sui giovani è già visibile: mentre a livello medio nazionale i NEET sono aumentati rispetto al 2019 del +4,8%, nel Nord il valore sale a+17%.
In Veneto va anche peggio: nel 2020 si stimano in circa 105 mila i giovani NEET, in crescita del +18,5% nell’ultimo anno (+16 mila), dopo che dal picco del 2013 (129 mila) erano sempre stati in diminuzione. 15 giovani veneti under 30 su 100, dunque, rientrano in questa categoria “a rischio”. A livello provinciale, il numero più elevato è stimato nel Veronese (oltre 28 mila) ma il tasso più elevato rispetto alla popolazione giovanile si registra a Rovigo (21,8%). Padova, con poco meno di 21 mila giovani, è seconda per valori assoluti, ma sia come tasso relativo (15,1%) che per crescita rispetto al 2019 (+19,6%) si pone sui livelli medi regionali. L’aumento più elevato di NEET nell’ultimo anno si stima a Belluno e Rovigo, province che hanno registrato nel 2020 una crescita importante dell’inattività giovanile, più contenuto a Vicenza e Venezia, in cui il tasso di disoccupazione giovanile nonostante tutto è diminuito.
I NEET veneti non sono scoraggiati nella ricerca di lavoro ma sicuramente in difficoltà: prova ne è che 6 su 10 sono o disoccupati (ovvero in ricerca attiva di lavoro) o appartenenti alle forze di lavoro potenziali (inattivi non disponibili a lavorare immediatamente per vari motivi). La platea dei veri e propri “scoraggiati”, quelli che non cercano lavoro perché convinti di non poterlo trovare, è dunque molto più ridotta, intorno alle 42 mila unità. L’identikit del giovane NEET veneto è prevalentemente di genere femminile (59%) anche se nel 2020 sono aumentati in misura maggiore i maschi (+22%); da rilevare poi la crescita molto più ampia (+25%) dei giovani dai 25 ai 29 anni, quelli che in linea teorica dovrebbero avere maggiori chance di trovare lavoro poiché tendenzialmente con titolo di studio più elevato o esperienze di lavoro pregresse. Aumenta, infatti, proporzionalmente di più la quota dei giovani che hanno un titolo di studio medio / alto (diploma o laurea, +26%) che insieme costituiscono oltre due terzi dei NEET.
L’aumento dei NEET registrato in maniera così netta già nel primo anno di pandemia mette in evidenza come lo scollamento tra mondo dell’istruzione e mondo del lavoro, e tra domanda ed offerta di lavoro, sia elevato anche in un territorio a forte vocazione occupazionale e con un tessuto economico variegato come quello Veneto.
Osserva il presidente di CNA Padova, Luca Montagnin, “Questi dati devono far riflettere: è impensabile che in un territorio ricco di opportunità come quello veneto, e padovano in particolare, tanti giovani rimangano per troppo tempo alle porte del mondo lavoro senza riuscire ad entrarvi. A maggior ragione nel periodo storico che stiamo vivendo, e i dati Unioncamere – Excelsior ce lo confermano. Le imprese padovane sono disponibili ad assumere, e faticano a trovarli, circa 17 mila giovani, in tanti settori che stanno vivendo un momento di ripresa importante: ad esempio, la metalmeccanica (oltre 2 mila), il sistema delle costruzioni e dell’impiantistica (almeno mille), il commercio e le autoriparazioni (3.600), i servizi di supporto alle imprese (1.400). È necessario uno sforzo di tutti, anche culturale, a partire dai giovani stessi e dalle loro famiglie, ma anche del sistema dell’istruzione e delle imprese. Non è più un problema di garanzie economiche o contrattuali, ma di indirizzare le competenze dove servono: a questo proposito, sarebbe bene destinare una parte delle risorse del PNRR e della nuova programmazione dei fondi strutturali alla formazione di competenze utili al mercato del lavoro artigiano. Le piccole e medie imprese del nostro territorio sono pronte ad accogliere a braccia aperte i giovani che hanno voglia di mettersi in gioco.”
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